Matteo Meda – luglio 2012

intervista con Matteo Meda, autore di John Foxx: The Quiet Man

Matteo, da quanto tempo scrivi e come sei arrivato a scrivere per OndaRock?

Non molto, a dire il vero. Sono sbarcato su OndaRock dopo aver letto un disclaimer che invitava chi volesse contribuire a contattare la redazione, sicuro che nessuno mi avrebbe risposto. In breve, invece, il direttore stesso, Claudio Fabretti, mi ha richiesto una recensione di prova e così, intorno ad Aprile, ho iniziato a contribuire parecchio, fino a diventare redattore e coordinatore della sezione “altrisuoni”, che raccoglie un po’ quella musica difficilmente catalogabile (world, neoclassica, avanguardia, ecc). Prima ho girato a lungo su DeBaser, sito che raccoglie recensioni da chiunque abbia voglia di farsi avanti.

La tua monografia su John Foxx è forse quella più completa mai scritto su questo musicista/artista. Come è iniziato il progetto e hai avuto delle difficoltà particolari?

Ringrazio, è un complimento enorme! Beh, la “gestazione” è stata molto lunga, più che difficile. Foxx è un artista che mi ha sempre affascinato molto, per la sua capacità di muoversi tra linguaggi sonori apparentemente distantissimi fra di loro, ma il cui punto d’incontro sta proprio in lui e nella sua storia. Le difficoltà maggiori sono state di tipo cronologico: non avendo vissuto quei tempi, in cui in un anno, come per esempio il 1977, potevano vedere la luce anche decine di dischi destinati a divenire pietre miliari della storia del rock, mi è capitato di orientarmi male proprio sul distinguere chi uscì prima e chi poi. Anche perché le fonti stesse spesso sbagliano: ovunque si troverà riportato che Ultravox! del ’77 è molto influenzato dal Bowie berlinese, quando invece Low gli è successivo di qualche mese. Su questo devo ringraziare Marco Bercella, che mi ha assistito supervisionando meticolosamente il tutto e correggendo le mie “pecche”.

Hai dato anche un “otto” nella tua recensione di The Shape of Things. Cosa ti ha colpito particolarmente di questo album?

L’evoluzione stilistica. In The Shape Of Things Foxx è sostanzialmente un cantautore che compone canzoni, nel vero senso della parola, per poi ricoprirle con la sua classica crème elettronica. Anziché la chitarra acustica, ha i synth e le drum machines. Ma il cuore di queste composizioni è intimo, profondo e “umano”: questo lo rende forse un disco più complesso, per esempio, di Interplay, ma un lavoro dalla profondità notevolissima. E, nel suo piccolo, portatore di una formula “nuova” e tutto fuorché comune: mica poco per un sessantenne!

The Shape of Things sarebbe una specie di ‘fratello minore’ di Interplay. Quest’ultimo come lo giudichi?

Beh, Interplay è un altro gran bel disco. Ma non lo vedo troppo come un fratello di The Shape Of Things, ma semmai come un… cugino. Interplay in molti suoi episodi (pensa per esempio a Catwalk) risente parecchio dei trascorsi con (Louis) Gordon, mentre altrove (Summerland) inizia a fuoriuscire quella che sarà la vena del suo successore. E’ un po’ la transizione dal Foxx androide dei dischi con Gordon al cantautore elettronico che diverrà poi. La grande qualità viene fuori soprattutto dal vivo: Shatterproof, ma anche Evergreen sono brani di loro bellissimi che nella dimensione live diventano irresistibili.

Hai avuto poi occasione di incontrare Foxx in persona? Che impressioni hai avuto?

Sì, al recente concerto ad Ancona: gli ho stretto la mano e ho potuto anche farci quattro chiacchiere. L’impressione è quella che da dal dì fuori: un gentleman, un inglese “buono”, che non rinuncia certo al “distacco” tipico dei britannici ma unisce una gentilezza ed una finezza davvero inusuali. Da quel poco, una gran bella persona oltre che un gran musicista.

Matteo con John Foxx ad Ancona, luglio 2012 (foto: Giada)

…e i fans italiani di Foxx? Come sono?!?

Lo dico: giovani dentro. Almeno quelli che ho conosciuto. Al concerto ho avuto modo di parlare con alcuni, non erano molti ma tutti simpaticissimi e piacevoli. Insomma, molto simili al loro idolo!

Che altro tipo di musica ascolti o apprezzi particolarmente?

Beh, io parto sostanzialmente dagli amori paterni: il progressive, krautrock e kosmiche tedeschi, l’ambient e la new-age. Poi da lì mi sono mosso da solo scoprendo punk e new wave, che per mio padre, come ogni buon proggarolo, sono inascoltabili. Ora, oltre a queste “passioni”, seguo molto tutto quell’indie di derivanza wave, l’ambient moderno anche nelle incarnazioni più sperimentali (drone, glitch) e in generale la musica d’avanguardia. E l’elettronica: la techno e l’intelligent ’90 su tutte. E pure la dark-wave: Dead Can Dance e Cocteau Twins, e tutti i figliocci di casa Projekt e CMI. Insomma, un po’ di tutto!

Ci sono altri gruppi o artisti “electro” o “new wave” che ti piacciono?

Mi piacciono parecchio anche gli Ultravox di Ure, lo ammetto, almeno fino a Quartet. Poi beh, mi vengono in mente gli Human League (Reproduction Dare su tutti), i Devo, i Pere Ubu, i Wire, Bowie, gli OMD che ho scoperto da poco. E anche l’elettronica dei tempi: Kraftwerk, Neu!, Faust, Jarre, Vangelis. Erano anni in cui, almeno rispetto ad oggi, c’era davvero tanta carne al fuoco!

Inoltre nasconderlo..sei molto giovane.. Che progetti hai per il futuro?

Sì, e non nascondo che ogni tanto questo mi crea qualche dubbio. Qualcuno spesso è fuorviato da questa cosa, si pensa che non abbia le competenze e le capacità per giudicare. E alle volte anche io mi chiedo se, in effetti, non mi stia troppo prendendo sul serio, non stia bruciando tappe che non sono ancora nelle mie corde. Ma mi rispondo che mi piace far tutto ciò, e alla fine non è un lavoro ma puro diletto. Progetti: continuare come sto facendo a fare del mio meglio, ascoltare tanta musica e, magari, inseguire la carriera da giornalista, meglio se musicale.

Come giudichi la musica ‘pop’ o anche ‘rock’ attuale, italiano o anche internazionale?

E’ un mondo sconfinato, internet ormai permette a chiunque di produrre la propria musica: da un lato è un pro, dall’altro è un contro. Da una parte nascono ogni giorno nuovi talenti, dall’altro si rischia di sopravvalutare o sottovalutare molto di quel che ascoltiamo. C’è gente come gli Animal Collectiveche riesce nel nuovo millennio a innovare come ai tempi, ma sono casi abbastanza rari: la qualità e il talento restano elevatissimi, ma sarebbe falso dire che il “livello” di novità

attuale sia pari a quello degli anni ’70 e ’80. Posto che, a mio parere, l’importanza di una band o di un album nella storia si possono valutare come minimo dopo una decina d’anni, quindi magari nel 2022 potrò smentire tutto quel che ho detto. Ed è un tic, oggi, quello di voler far passare tutto ciò che esce come borderline: alle volte, è vero, ci lasciamo conquistare da musica che lascia il tempo che trova, ma nella maggior parte dei casi tralasciamo qualcosa che avrebbe invece avuto tutte le carte in regola per lasciare il segno.

Esiste un ‘John Foxx’ italiano?

Domandone. Non so, sinceramente credo che ciascun musicista faccia storia a sé, e che comunque, con tutti i grandi talenti che abbiamo avuto qua in Italia, raramente siamo riusciti a poter vantare anche solo un decimo di quel che in contemporanea avveniva in Inghilterra e oltreoceano.

Infine, hai un album o anche un brano di Foxx che hai trovato particolarmente interessante?

Potrei citarti i soliti noti: MetamaticThe Garden, ecc. Oltre agli ultimi con Benge e ai progetti ambient (su tutti il capolavoro con Harold Budd [Translucence/Drift Music, ndr.), se c’è un disco che mi ha colpito nel profondo quello è My Lost City: favoloso e passato in sordina. Raccoglie registrazioni del periodo di “silenzio” tra tardi ’80 e primi ’90, sono tutti brani bellissimi, ognuno ha una storia da raccontare, intima e personale. Non è ambient, non è new wave, non è electro, è qualcosa di inclassificabile, e merita senza dubbio un ascolto: conquista all’istante. Se devo scegliere un pezzo in particolare, dico Barbican Brakhage: emozionante e suggestivo come poco altro abbia mai sentito prima.

Grazie Matteo

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